Breath Quartet - La musica magica non lascia quasi mai la memoria!
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 Compositori francesi del Novecento 
Villa Medici
 
Il Prix de Rome e Villa Medici, questa la meta ambita dai giovani e promettenti allievi del Conservatoire de Paris per quasi due secoli, questo il miglior trampolino di lancio per i futuri rappresentanti della musica francese a cui, dopo il sospirato periodo di apprendistato in Italia, era destinata la fama. Istituito nel Seicento sotto il regno di Luigi XIV per l’arte e l’architettura ed esteso all’area musicale solo nel 1803, il Prix ha premiato le personalità nazionali più eminenti rimanendo, fino al 1968 (anno in cui fu abolito), il massimo onore a cui un artista potesse aspirareNon senza qualche contraddizione, almeno in ambito musicale: assegnato a figure illustri come Berlioz, Gounod, Bizet e Debussy e clamorosamente negato all’altrettanto illustre Maurice Ravel... Vincitori del Prix poco più che ventenni, gli autori delle musiche a cui questo progetto discografico è dedicato furono attivi a partire dalla fine degli anni ’20 (Henri Tomasi, Eugène Bozza e Yvonne Desportes) e dalla seconda metà degli anni Cinquanta (Pierre-Max Dubois e Roger Boutry). Epoche, queste, segnate da radicali mutamenti del linguaggio musicale che profonde esigenze di rinnovamento avevano innescato. Parigi, luogo di formazione e apprendistato di tutti i compositori citati, è il centro propulsivo di tali energie: città ricca di fermento, aperta alle culture extraeuropee e punto d’incontro di personalità artistiche originali provenienti da varie parti d’Europa. Un laboratorio di molteplici esperienze che i compositori più ricettivi assorbono e trasferiscono nel proprio immaginario sonoro, elaborando, in alcuni casi, nuove forme di espressione e definendo con la tradizione musicale punti di rottura o continuità; una realtà, dunque, in cui le spinte più innovative si confrontano e si scontrano con quelle posizioni accademiche e conservatrici di cui lo stesso Conservatoire è la roccaforte.A differenza di altri e più noti compagni di strada, Henri Tomasi, Eugène Bozza, Yvonne Desportes, Pierre-Max Dubois e Roger Boutry appartengono a quella cerchia di compositori fondamentalmente estranei alle tendenze più moderniste delle avanguardie del primo e secondo Novecento. Legati a modelli classici (Bozza e Desportes), o aperti a toni e umori di colorita vivacità, talvolta con marcate influenze jazz (Boutry e Dubois), questi musicisti non perseguono obiettivi di sensazionale provocazione; più che all’impeto sferzante di Stravinsky o alla vena dissacratoria di Satie si sentono semmai vicini all’umorismo estroso di Milhaud. I contenuti emotivi dellaloro musica, così come le linee e la gestione delle parti, pur non cedendo agli eccessi, non mancano però di espressività e vigore sinceri. La loro produzione musicale rivela un artigianato sapiente e appassionato, una freschezza stilistica in cui si rispecchia quel gusto tipicamente francese per il colore armonico, l’eleganza dell’invenzione melodica spesso venata di nostalgia, l’esuberanza ritmica. La predilezione per gli strumenti a fiato, inoltre, si inserisce in quella tradizione tutta francese che, a partire da Berlioz, ha dato grande impulso alla nascita di nuovi strumenti come il sassofono e il clarinetto basso e al conseguente rinnovamento del repertorio, specie in ambito cameristico. Sotto tale aspetto, e in particolar modo per l’attenzione riservata al clarinetto, il contributo di questi compositori è stato prezioso e la loro produzione per ensemble di fiati è ciò che ha procurato loro la notorietà anche oltre confine, tanto che alcuni di essi figurano da tempo nei programmi di esame di conservatorio in Europa e in America. Aderenti a una dimensione meno intellettualistica e più immediata della composizione musicale rispetto ad altri compositori della loro generazione, essi vanno senza dubbio riconosciuti come personalità altrettanto rappresentative del Novecento francese. Inaugura questo percorso musicale la Suite française di Yvonne Desportes (1907-1993). Figlia di un direttore d’orchestra e compositore, dapprima allieva di Paul Dukas poi docente di contrappunto e fuga al Conservatorio di Parigi, vinse il Prix de Rome nel 1932 con la cantata Le Pardon. Il suo catalogo annovera più di 500 opere tra musica da camera, sinfonica, opera e balletti oltre a numerose opere didattiche. La Suite Française, composta nel 1958 e qui presentata nella versione originale, è un omaggio alla tradizione strumentale francese del XVII secolo. Sobria ed elegante mantiene un tono aulico e controllato, realizzando, specie nel tessuto armonico, una felice commistione di dissonanze novecentesche e arcaismi modali, con evidenti richiami ai modelli stilistici del passato nel gioco dei contrasti dinamici e nelle figurazioni musicali, senza per questo risultare necessariamente ‘a la maniere de’. Ne è un esempio la rarefatta Sarabande, dall’incedere solenne e sognante allo stesso tempo.Roger Boutry, (1932), Prix de Rome 1954 (ma anche vincitore del concorso pianistico Cajkovskij di Mosca nel 1958), si è particolarmente dedicato, nella sua lunga carriera, alla composizione e all’arrangiamento di opere per banda (è stato per più di 25 anni direttore della banda della "Garde Républicaine", il più importante complesso bandistico francese di professionisti) e alla musica da camera per fiati, ambiti, questi, per i quali è maggiormente noto.I quattro movimenti che compongono Festival per quartetto di clarinetti (1987) rappresentano una sfida stimolante per gli esecutori, poiché richiedono un’abilitàtecnica, una padronanza dello strumento e una sensibilità di insieme particolari per sostenerne il ritmo vorticoso, i repentini contrasti dinamici, la variegata scansione ritmica e la coordinazione esecutiva. Gli ammiccamenti al jazz nel I e IV movimento (Allegro vivace e Presto), le reminescenze stravinskiane nel II movimento (Allegretto) – per l’adozione di procedimenti "ostinati", le inflessioni ritmiche e la gestualità –, i ritmi dispari nel III movimento (Andantino) con l’iniziale ‘glissando’ del primo clarinetto di gershwiniana memoria, rivelano una personalità eclettica e una profonda conoscenza delle risorse strumentali, che vengono qui ampiamente valorizzate. Questo quartetto si propone in forma circolare, riprendendo, alla fine del IV movimento, elementi esposti all’inizio, seppure in forma variata, e spezzando il progressivo rallentamento (Allegro, Allegretto, Andantino) attuato durante i tre movimenti precedenti.Henri Tomasi (1901-1971), compositore di origine corsa, vinse il Prix de Rome nel 1927. Molti i lavori dedicati al clarinetto, sia per solista che in formazioni da camera o con orchestra, e diversi i pezzi composti per insieme di fiati, dal trio al quintetto. I Trois divertissements (1964) tengono fede alla loro denominazione di composizione giocosa per catturare l’ascoltatore con tre esempi di raffinata invenzione musicale, i cui toni spaziano dagli accenti svagati del primo brano (Poursuites) all’espressività esotica del secondo (Mascarade) e agli ammiccamenti scanzonati del terzo (Rondes). Non ci si lasci trarre in inganno dall’apparente semplicità di questa musica, la cui forza comunicativa non è dovuta solo all’indubbia orecchiabilità della vena melodica, prettamente diatonica, o a una vitalità ritmica quasi magnetica, ma anche, e soprattutto, alla forte gestualità che contraddistingue i vari frammenti musicali nella loro ossessiva reiterazione, abilmente gestita secondo una sapiente condotta contrappuntistica. La tendenza alla frammentazione formale, evidente nel primo e secondo divertissement, richiama i bruschi accostamenti musicali tipici della pratica di accompagnamento al pianoforte dei film muti, pratica che Tomasi aveva esercitato in gioventù. Compositore e direttore d’orchestra, Eugène Bozza (1901-1996) Prix de Rome nel 1934, autore di un numero considerevole di lavori per grande organico, è tuttavia noto oltre confine soprattutto per la produzione dedicata alla musica da camera per fiati grazie all’immediatezza di uno stile dai tratti lirici ed eleganti. Questa Sonatine per quartetto di clarinetti diseguali del 1971 se da un lato conferma, nella scelta formale, un indirizzo d’ispirazione fondamentalmente convenzionale, dall’altro si rivela meno scontata sotto l’aspetto del linguaggio e della costruzione musicale. Lavoro di piccolo respiro, ma estremamente compatto, si articola in tre movimenti, di cui i primi due mettono a confronto le quattro parti in un rigoroso gioco imitativo che si risolve definitivamentenel terzo. Qui si procede infatti per blocchi, in un gioco di spessori che contrappone il solo al tutti a ritmo serrato e secondo piani sonori che coprono l’estensione completa della compagine strumentale. Considerevole è il contributo di Pierre-Max Dubois (1930-1995) al repertorio per fiati, in particolare a quello per sassofono. Allievo di Darius Milhaud e Prix de Rome nel 1955, Dubois si è sempre mostrato abbastanza indifferente ai problemi linguistici con cui, a partire dagli anni Cinquanta, altri compositori della sua generazione si stavano confrontando. La sua musica sembra piuttosto ispirarsi a quell’ideale di spontaneità e leggerezza condiviso dalla generazione del Gruppo dei Sei fondato nel 1920 su impulso del surrealista Cocteau e in particolare dal suo padre spirituale Milhaud. La musica di Dubois mantiene infatti un’ironia di fondo, che traspare anche dai bizzarri titoli dati a molti dei suoi pezzi, e un’apertura a influenze musicali extracolte, come il jazz, al pari di altri suoi contemporanei. Il Quatuor per clarinetti, composto nel 1964 nei tempi Allegretto, Allegro, Pastorale e Musette non smentisce la predisposizione dell’autore per gli accenti "circensi" e parodistici alla Šostakovicˇ (I e II movimento), in contrasto con le atmosfere più contemplative e rarefatte degli ultimi due movimenti.Chiude questa incursione nel Novecento francese ancora Yvonne Desportes con un omaggio all’Italia: Suite italienne, composizione del 1986, il cui intento programmatico ne fa indubbiamente un pezzo di carattere. Una serie di quattro "cartoline" musicali ispirate ad altrettante città italiane e a ciò che dell’Italia, musicalmente parlando, ha sempre colpito i nostri vicini d’oltralpe: la vena melodica, la spiccata cantabilità. È alla melodia di ispirazione popolare che attinge la compositrice a piene mani, soprattutto in Roma, Firenze e Napoli, sottoponendola tuttavia a una certa stilizzazione. Ma l’interesse della Suite risiede in realtà nell’innesto dell’elemento di colore in una scrittura tersa ed estremamente mobile, alimentata da una verve ritmica che ne stempera i tratti a volte convenzionali.